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La tavolozza di sogni e favole di Mariarosaria Stigliano

24 Aprile 2013 - ARCHIVIO

 

di: Giorgia Sbuelz

Il lunghissimo curriculum di Mariarosaria Stigliano testimonia quanto sia attiva e prolifera questa giovane artista italiana, che dal momento della sua laurea in pittura all’Accademia di Belle Arti, non ha smesso un attimo di incantarci con opere che sono storie, fatte di forme e colori, e che oramai appassionano tutto il mondo.  Per citare solo alcune tappe della sua carriera: nel 2010 partecipa al premio In Opera, a cura di Antonio Paolucci (Direttore dei musei Vaticani). Segue il Premio Vasto, a cura di Daniela Madonna ed il Premio Sulmona, presieduto da Vittorio Sgarbi. All’inizio del 2011 partecipa al programma RAI Art News di Rai 3 dove viene intervistata sulla sua attività artistica e realizza un’opera pittorica in diretta. Nello stesso anno tra le sue mostre personali è Fabbrica Città pressole sale del Castello Aragonese di Taranto e Music Box presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Bogotà (Colombia). Sempre nel 2011 è tra i primi 10 artisti invitati in Cina (Hangzhou) per il progetto Seguendo il cammino di Marco Polo e partecipa in Germania al kunstler symposium Internationale Werkstattwoche Wittingen/Luben su invito dell’istituto Italiano di cultura di Wolfsburg.

Tanti sono ancora i progetti che ha in serbo Mariarosaria per regalare al pubblico l’emozione di quelle fiabe, sospese nel tempo, che solo lei, con la sua tecnica e la sua sensibilità, sa raccontare.

Proveremo qui a narrare una fiaba speciale, quella dell’arte della stessa Mariarosaria, che ha principio, come molti, nei giochi d’infanzia, quando inconsciamente e in maniera naturale, i ragazzi compiono delle scelte, solo apparentemente casuali…

 

Parlaci della tua scoperta dell’arte. In che modo è avvenuta?

Fin da piccola il mio gioco preferito era disegnare dei personaggi, ritagliarli e costruire delle case fatte di carta che utilizzavo come scenario per farli muovere. Inventavo così delle storie e il passaggio alla pittura è avvenuto in questa maniera, trasportando i miei personaggi su un piano bidimensionale e facendoli diventare gradualmente un racconto di vita.

 

Qual è la favola preferita di Mariarosaria?

Forse non c’è una vera e propria favola preferita. Da bambina amavo parecchio Cenerentola, ma per via del cambio dei vestiti! Mi spaventavano invece le storie con le “streghe cattive”, come quella di Hansel e Gretel o de La Bella Addormentata. In generale quello che mi piace nelle favole è ciò che ci aiutano a rintracciare nel quotidiano: un pizzico di magia in tutto quello che ci circonda.

 

Raccontaci le tue storie.

Nelle favole che rappresento non c’è semplicemente un racconto, c’è un’interpretazione che chiamerei più una “favola nera”. Una storia, ad esempio, alla quale ho dedicato un’opera è “Il filo rosso del destino”.  E’ una leggenda orientale, che narra come ciascuno di noi sia legato, dalla nascita, alla propria anima gemella da un filo rosso. L’incontro con l’anima gemella può avvenire o no, ma il legame persiste. Ho voluto rappresentare questa storia attraverso l’immagine di una donna in primo piano, che tiene stretto un filo rosso la cui estremità si perde nell’orizzonte tra le ombre. Proprio le ombre sono caratteristiche del mio lavoro, dove non c’è mai qualcosa di palese, di ben definito. C’è piuttosto un senso di mistero, di interrogazione.

 

Dunque delle atmosfere sospese tra sogno e favola. Tu sogni favole?

A volte sogno favole, a volte le costruisco.

 

Seguendo il Coniglio Bianco

 

 

Che personaggio delle favole sei?

Mai il protagonista. Sono il personaggio secondario che osserva la scena per avere la panoramica migliore sulla storia. Nel caso di Pinocchio, un personaggio secondario come il Grillo Parlante è la voce esterna che si concede il lusso di diventare la voce della coscienza, pur non essendo mai centrale. Questa del resto è la posizione che scelgo per i miei personaggi, che non sono mai al centro della scena: sono sempre piazzati in una prospettiva laterale “Altamente Instabile”.

 

Che cosa direbbe oggi il Grillo Parlante a Pinocchio?

Gli direbbe: “Ti conviene diventare un bambino vero?”…

 

Meglio i sogni della realtà?

Meglio la capacità di sognare, qualità che stiamo mano a mano perdendo.

 

Come rendi le atmosfere del sogno nella tua pittura?

Non adoperando linee troppo definite. Vorrei lasciare a chi osserva il quadro la possibilità di  immaginare quel qualcosa che ho volutamente lasciato in sospeso. L’eccessiva definizione blocca la capacità interpretativa di chi osserva. So perfettamente ciò che dipingo, perché adopero delle scelte invece di altre, ma del resto mi interessa molto l’interpretazione data da qualcun altro dell’insieme, che può combaciare con la mia, o può aggiungere altri valori.

 

Perché la scelta di donne/ombre?

Anche uomini/ombre! La scelta delle ombre perché ciascuno di noi in queste figure possa riconoscere se stesso. Se avessi attribuito a quelle figure un lineamento, una fisionomia, avrei dato un carattere, una definizione di individuo a sé, e non di individuo riferito a chi osserva. E’una sorta di specchio il mio, per ricreare una sensazione di collettiva identificazione.

 

Red Leaves

Tu sei un’artista solida e ben definita, con un proprio stile riconoscibile. C’è comunque qualcuno o qualcosa che ti ispira? Mi riferisco ad altri artisti, ma anche a fatti di cronaca, per esempio. Come prosegui la tua ricerca artistica?

Attualmente la mia linea di ricerca si sta sempre più legando all’idea delle favole che stanno caratterizzando il mio lavoro. Ho cominciato narrando storie urbane, camminando per le strade cittadine. Piano piano sono entrata nelle stanze, poi queste stanze sono diventate ambientazioni di favole. Il passaggio successivo è stato portare le favole dentro la città. Sicuramente mi ispira tutto ciò che mi circonda, da ciò che osservo a ciò che respiro. Bruno Parretti, è invece l’artista con cui più spesso mi rapporto e collaboro, con cui costruisco percorsi e realizzo progetti. E’ senza dubbio la persona con cui mi confronto maggiormente a livello lavorativo, abbiamo un fortissimo scambio nella costruzione dell’idea e delle immagini che accompagnano lo svolgimento del progetto. Inoltre abbiamo sviluppato un’armonica criticità costruttiva, che spinge al miglioramento e alla ricerca.

 

Qual è stato il commento più bello che hai ricevuto?

Mi ricordo di una circostanza che definirei “romanticamente triste”. C’era una ragazza che durante una mostra tornava e ritornava ad osservare un’opera. Così mi sono presentata come autrice del lavoro che lei tornava a visitare. Premesso che con il mio segno cerco di creare un movimento atmosferico come di pioggia, lei mi disse che era rimasta emozionata dall’immagine che sembrava colta dagli occhi di un bambino, con una visuale dal basso verso l’alto, oppure da una persona che si stava commovendo, con gli occhi umidi che concedono questa visione opaca e frastagliata. Ho riflettuto su quest’osservazione, perché personalmente non me ne ero mai resa conto. Finché durante un simposio in Germania, un pittore giapponese, di fronte alle mie opere confermò dicendomi: “Nel tuo cuore c’è la pioggia…” . E forse è così.